La pianta di Artemide
di Giancarlo
Marconi
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Artemide, la dea guerriera
protettrice delle donne partorienti, possedeva anche la virtù di guarire
molte e pericolose malattie, tra cui la peste. Si avvaleva per le sue cure di
molte erbe, di cui, quella in particolare a lei dedicata prendeva il nome di
Artemisia, una pianta le cui virtù terapeutiche le sarebbero state insegnate
dal Centauro Chirone. Le varie specie che componevano il gruppo furono
utilizzate nel corso dei secoli sia per le loro virtù curative, sia, in molti
casi, per le doti aromatiche, che ne facevano alcune tra le erbe più
richieste in cucina (come il Dragoncello, Artemisia
dracunculus, o l’Assenzio gentile, Artemisia
pontica). Ma l’interesse maggiore
è dato dalla recente scoperta, per una delle sue specie meno note, Artemisia annua, di un principio
attivo che costituisce la grande speranza di combattere efficacemente una
delle grandi piaghe che da sempre affliggono l’umanità e cioè la malaria. Ma
andiamo con ordine e vediamo quali sono le componenti di questo affascinante
genere nella nostra Regione e, in particolare, nelle nostre valli. Si tratta
sempre di piante erbacee, appartenenti alla famiglia delle Asteraceae o
Compositae, con fiori piccoli, spesso insignificanti, per lo più perenni,
colonizzatrici dei terreni più vari, e quasi sempre dotate di forte odore
aromatico. Tutti si saranno imbattuti nelle comunissime Artemisia vulgaris e Artemisia
verlotorum, frequenti ruderali dei luoghi umidi, di siepi e dei margini
dei boschi. La seconda, dedicata ai fratelli Verlot, e un po’ meno frequente
della prima è caratterizzata da foglie verde scuro di sopra ed argentee di
sotto, e, se strofinata, emette un forte e gradevole profumo di Vermut.
Secondo una leggenda cristiana questa umile pianta sarebbe germogliata nel
Paradiso terrestre lungo il sentiero percorso dal serpente, per tentare di
ostacolarlo nel suo cammino verso Eva, che voleva indurre al peccato. Dal
maldestro tentativo operato in quel fatale sentiero a diventare protettrice
dei viandanti, il passo è breve, tanto è vero che l’Artemisia fu sempre
considerata come pianta di buon augurio per un viaggio felice. Un rametto di
quest’erba veniva perciò dipinta sulle portiere delle carrozze e in seguito
anche sulle automobili, fino al 1930. Inoltre le si attribuivano virtù
profetiche: secondo il De Gubernatis, a Bologna si facevano scivolare delle
foglie di Artemisia sotto il cuscino del malato, senza che se accorgesse: se
il malato si addormentava subito, sarebbe guarito, altrimenti sarebbe morto.
Un’altra specie di Artemisia è legata ad un particolare momento della nostra
cultura, in particolare della fine dell’800 e cioè l’Assenzio (Artemisia
absinthium). Si tratta di una pianta con foglie e fusti di un verde
argenteo, dotata di un odore molto particolare e con caratteristiche
nitrofile, trovandosi spesso in compagnia di ortiche e romici vicino a stalle
e casolari di campagna. Il suo nome deriva dal greco apsinthion, cioè privo di dolcezza, e allude al sapore amarissimo
e sgradevole della pianta, che tuttavia, in piccole dosi, può essere assunta
come antisettica, vermifuga, stimolante e digestiva. Al sapore
particolarmente amaro allude anche il Dio di Israele quando, per punire il
suo popolo per avere abbandonato la legge, minaccia : “Ecco, io darò loro in
cibo Assenzio..” Dalle foglie e dai fiori dell’Assenzio si ricava un olio
essenziale, la absintina, che viene estratta
come alcoolita di colore verde-giallastro e fornisce il famoso
liquore. In piccole dosi si tratta di un ottimo digestivo, ma se assunto in quantità elevate produce stati di allucinazione e intossicazioni gravi. Il suo consumo divenne di gran moda, specialmente in Francia all’epoca degli Impressionisti e molto probabilmente dobbiamo all’assunzione eccessiva di questo liquore alcuni dei grandi capolavori di Van Gogh; celebre è anche il quadro di Degas , L’assenzio, in cui si vedono un uomo e una donna seduti ad un tavolo di un caffè, con una bottiglia dal contenuto verdognolo, e lo sguardo perso nel vuoto Finora
abbiamo visto le specie di Artemisia a foglie larghe, anche se sempre più o
meno laciniate: c’è poi la sottotribù
di quelle a fogli sottili, più adatte a luoghi aridi come i calanchi o i
greti ghiaiosi di alcuni fiumi. Tra le prime è particolarmente comune Artemisia alba, che forma piccoli
arbusti contorti e a base legnosa sui pendii argillosi o arenacei del nostro
Contrafforte Pliocenico, spesso in compagnia di altre specie xerofile e pure
molto aromatiche come l’Elicriso (Helychrisum
italicum); alle seconde
appartengono Artemisia campestris,
pianta arbustiva robusta dai fusti rossastri e probabilmente la meno
aromatica di tutte le Artemisie, e l’Abrotano (Artemisia abrotanum), molto simile alla campestris, ma forte profumo di canfora. Accenno solamente alle
Artemisie di alta montagna , come Artemisia
umbelliformis, presente in piccole quantità da noi al Corno alle Scale e
parente della valdostana Artemisia
genipi, con cui si aromatizzano ottime grappe, e a quelle legate ad
ambienti particolari, come la rarissima Artemisia
lanata dei gessi triassici del Reggiano, |
Artemisia cretacea, endemica dei calanchi della Romagna e presente
nell’Imolese, e Artemisia coerulescens,
dei suoli subsalsi delle coste adriatiche, e
veniamo invece alla più interessante di tutte le Artemisie dal punto
di vista farmacologico. Si tratta come già accennato dell’unica annua delle
Artemisie, ed è pianta originaria delle steppe cinesi, diffusasi in seguito
anche in Occidente, dove però sembra prediligere ambienti più umidi. Artemisia annua è da noi sporadica e
incostante: alcuni anni fa sembrava infestare gli scali ferroviari a nord di
Bologna mentre ore appare molto più sporadica. Pianta abbastanza poco
differenziata nell’aspetto esteriore da Artemisia
campestris, ma molto più aromatica, contiene, unica tra le Artemisie, un
principio attivo, l’artemisinina, che viene studiata correntemente in molti
laboratori mondiali per le sue strabilianti proprietà di antimalarico.
Personalmente me ne sto occupando da un paio d’anni ( perché, come pochi
sanno, il mio mestiere è quello del Chimico), cercando di contribuire alla
conoscenza del complessi meccanismi coinvolti nelle reazioni di questa
molecola con le proteine del terribile Plasmodium
falciparum, responsabile della morte di milioni di persone ogni anno in
tutto il mondo. Scoperta dai Cinesi,
che la utilizzavano nella loro loro farmacopea tradizionale per combattere
febbri varie, la pianta da cui viene estratto questo principio, per ironia della
sorte, non può, essere coltivata nei
luoghi maggiormente colpiti dalla malaria, a causa del lungo fotoperiodo di
cui ha bisogno per completare il suo ciclo e produrre i semi. Lo studio e la
coltivazione in larga scala di Artemisia
annua nelle nostre zone diventa perciò un doveroso aiuto che possiamo, e
dobbiamo, fornire ai popoli più sfortunati di noi. In conclusione possiamo dire
che la pianta cara ad Artemide non delude mai l’Uomo, che si è affidato alle
sue proprietà per combattere i mali che lo affliggono fin dall’antichità e
che ne trae oggigiorno una nuova speranza per debellare una delle sue piaghe
storiche, la malaria. |
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