Le perle
nascoste del Contrafforte Pliocenico
di
Giancarlo
Marconi
Un albero, un arbusto, una pianta erbacea: sono solo un piccolo esempio dei tesori botanici racchiusi da queste bancate rocciose.
Ogni volta che percorro l’Autostrada
in direzione Firenze, appena passato il
casello, lo sguardo si sofferma per qualche istante sulle monumentali bancate
rocciose che accompagnano il primo tratto della valle del Setta. Lo faccio
istintivamente, sperando magari di vedere volteggiare il falco pellegrino o di
udirne lo stridulo richiamo, e sempre mi sorprendo a contemplare, con un senso
di stupore, la severa bellezza di questi primi rilievi collinari, dalla scura
macchia di Pini domestici di Monte Mario, al nudo cocuzzolo di Badolo, alle
pareti strapiombanti del Monte dei Frati,
per finire alle strane forme
delle torri di Monte Adone. Via degli Dei fu il nome immaginifico che gli
storici bolognesi diedero alla via che congiungeva Monte Adone a Monte Venere,
sicuramente indotti dai reperti archeologici che vi trovavano, ma anche
suggestionati dal clima incantato, selvaggio e appartato di questi rilievi (non
per niente una grotta famosa sotto le torri di Monte Adone fu chiamata appunto
delle Fate, così come Lino delle Fate veniva chiamata la più vistosa delle erbe
che ammantano gli aridi pendii di queste bancate, la Stipa pennata). Mentre come in un film in technicolor mi
accompagnano queste immagini (provate a viaggiare al tramonto e mi darete
ragione), allo stupore si accompagna anche un senso di orgoglio al pensiero
delle tante piante preziose e poco conosciute che arricchiscono le tante
vallecole racchiuse, come in una cassaforte, da queste bancate rocciose. Tra i
molti esempi che potrei citare, mi limiterò qui a tre di esse, scelte tra le
tre forme vegetative delle piante che qui allignano e cioè un albero, un
arbusto e una piccola pianta erbacea.
L’albero che ho scelto è l’unico rappresentante italiano ed europeo
della famiglia delle Staphyleaceae, una piccola famiglia che comprende 24
specie delle Regioni temperate settentrionali dell’Eurasia, strettamente
imparentata con quella delle Celastraceae , comprendente le ben note Berrette
del Prete (Euonymus sp.). Il nostro
albero, o meglio, alberello, si chiama, dal punto di vista scientifico, Staphylea pinnata, e in Italiano,
Borsolo, a causa del caratteristico frutto a forma appunto di “borsa”, un
frutto singolare sia per la forma che per la consistenza pergamenacea,
contenente all’interno due duri semi delle dimensioni di un pisello. Pianta
caducifoglia, può raggiungere i 5 m di altezza (bellissimi gli esemplari alla
foresta della Lama nelle Foreste Casentinesi), anche se da noi resta perlopiù
in forma arbustiva o raggiunge al massimo i 2-3 m; la corteccia è
caratteristicamente lenticellata e le
foglie, pennate, sono composte da 5-7 foglioline finemente dentate al bordo,
glabre e con squame acute alla base di ogni elemento (quando l’albero non è in fiore si può confondere con il Sambuco
(Sambucus nigra), del quale tuttavia
non possiede né il pessimo odore, né il fusto midollato). In Aprile la pianta
produce le belle e profumate infiorescenze pendule di fiori bianchi, lunghe
5-12 cm, spesso visitate dalle api, e destinate a trasformarsi, più tardi, nei
caratteristici frutti. Nel Contrafforte lo si può trovare sporadicamente nelle
vallecole più umide e riparate della zona di Badolo, anche se la popolazione
più bella è quella lungo la Valle dello Zena. Essendo pianta rara e protetta in
Regione dalla Legge Regionale 2/77, è comunque da rispettare, salvaguardare ed
eventualmente segnalare, nel caso di stazioni non precedentemente conosciute.
Sempre nei boschi più ombrosi e freschi troviamo la seconda perla floristica di
questo teritorio, e cioè il pungitopo maggiore, Ruscus hypoglossum. Si tratta di un piccolo arbusto appartenente
alla famiglia delle Liliaceae, parente del più comune e pungente Pungitopo
comune (Ruscus aculeatus). A
differenza di questo, però, i fillocladi, che sono i fusti traformati
dall’apparenza di “foglie”, non sono pungenti e non potrebbero quindi essere
impiegati nella tradizionale protezione di prosciutti e insaccati vari dall’assalto dei topi nelle cantine di
campagna. Comune alle due piante di Ruscus
è il fatto di avere fiori unisessuali sulla stessa pianta, portati senza
peduncolo al di sotto dei fillocladi: si tratta di piccoli fiori verdastri a
sei tepali, e questa è l’unica caratteristica che ne tradisce l’appartenenza
alla famiglia dei gigli e dei tulipani. Dai fiori femminili, una volta
fecondati, derivano i frutti, sotto forma di bacche globose rosse, contenenti
1-2 semi durissimi, vivacemente contrastanti con il verde lucente dei
fillocladi che li portano. Un tempo i
pungitopi erano anche utilizzati dagli spazzacamini a mò di rigide scope; più
noto è l’uso medicinale che viene fatto del robusto rizoma ricco di
strozzature, ingrossamenti e brevi ramificazioni, contenente saponine e utilizzato come diuretico. La
terza pianta che presentiamo è una piccola e delicata orchidea , scoperta solo
di recente nel sottobosco di un castagneto, Dactylorhiza
romana. Si tratta di una pianta
erbacea alta 15-30 cm, con 3-9 foglie lineari-lanceolate, portate in rosetta
basale, e infiorescenza lassa di fiori che possono essere o rosso-magenta (come
nel nostro caso) o giallo pallido ( come avviene prevalentemente nel
meridione). I tuberi, che nel genere Dactylorhiza
appaiono catteristicamente divisi e affusolati ( a forma di dita come vuole
l’etimo ), in questa pianta risultano appena divisi. Il pregio e la rarità di
questa pianta sono dovuti al fatto che si tratta di una stenomediterranea,
facente parte cioè di quel ristretto contingente di piante che vivono
solitamente in climi più caldi , e che all’interno della nostra Regione devono
sopportare condizioni al limite della sopravvivenza, soprattutto a causa degli
inverni molto rigidi. La specie è infatti abbastanza diffusa, ma mai comune,
nei boschi luminosi dell’Italia centro-meridionale , dove spesso sostituisce Dactylorhiza sambucina, anch’essa
presente nelle due colorazioni talvolta all’interno di una stessa popolazione.
Va detto, infine, che delle tre piante citate come esempio della ricchezza
floristica del nostro Contrafforte, quest’ultima è senz’altro quella più a
rischio, sia per l’esiguo numero di esemplari rinvenuti, sia per il rischio di
manomissione del sottobosco in cui cresce ( fattori umani e cinghiali in primis). Il rischio di perdere per
sempre queste specie uniche e preziose impone quindi una legge che salvaguardi
questo territorio con la costituzione ufficiale di un Parco Regionale.