| I miei affezionati lettori penseranno che, una
volta tanto, abbandonato l’amato regno vegetale, mi sia venuta voglia di scrivere di ornitologia. E
probabilmente lo farò, ma non questa volta, perché lo sparviere del titolo non
si riferisce all’agile rapace che abita nei nostri boschi, autentico terrore
di fringuelli, cince e pettirossi, bensì ad una innocua piantina che tutti
avranno visto in un castagneto autunnale o
durante una passeggiata in un bosco appenninico. Si tratta di una composita del
genere Hieracium, una delle tante a
fiori gialli, che al più distratto osservatore richiamerà il familiare
piscialetto (Taraxacum) o il dente di
leone (Leontodon). A differenza di
queste due piante che troviamo soprattutto nei prati, però, il nostro sparviere
raramente esce dai boschi più umidi ed ombrosi, dove spesso lo vediamo adornare
rocce ricoperte di muschi o umide
per lo stillicidio di qualche sorgente. Il nome sparviere non è casuale,
essendo la traduzione italiana del termine generico Hieracium,
derivante a sua volta dal greco Hierax
= sparviere: secondo gli antichi, infatti, questi piccoli rapaci si sarebbero
cibati di questa pianta per acquistare la vista prodigiosa che li
contraddistingue. Nelle nostre zone montane abbiamo almeno una decina di
rappresentanti di questo genere, che annovera il comune sparviere dei muri (Hieracium
murorum), i meno frequenti sparvieri di Savoia (H.
sabaudum) e di Lachenal (H.lachenali),
e, nei prati più aridi e rocciosi , lo Hieracium
pilosella, i vari sparvieri a corimbi (H.corymbosum,
H.florentinum, H.pseudopilosella), fino agli spettacolari e lanosissimi
sparvieri dei prati di alta quota (Hieracium
tomentosum e Hieracium lanatum).
Fin qui tutto bene, ma occorre spiegare l’aggettivo che ho usato nel titolo e
cioè “terribile”. E qui la storia ci porta lontano nel tempo e nei luoghi e
pecisamente nella Moravia della seconda metà dell’800. Nel bell’orto di un
convento non lontano da Brno, una mente prodigiosa, quella del monaco Gregorio
Mendel stava delineando una delle
leggi più importanti della moderna genetica, quella della ereditarietà. Con
infinita pazienza il nostro monaco classificava tutta una serie di piselli che
coltivava in apposite serre e grazie alle continue ibridazioni controllate era
giunto a formulare le tre leggi che avrebbero portato per sempre il suo nome. E
mettendo in tante caselline i suoi prodotti, che erano piselli di vario colore,
screziatura, rugosità il nostro bravo monaco era ormai giunto alla certezza che
tutti gli ibridi naturali si portassero dietro una eredità di caratteri che
rispondeva a delle leggi distributive immutabili (in 7 anni di esperimenti
esaminò circa 28.000 piante di piselli). A quei tempi non esisteva ancora il concetto di gene
e dobbiamo alla grande intuizione di questo monaco il fatto di aver gettato le
basi di quella scienza, la genetica, che poi è stata prepotentemente sviluppata
nel secolo successivo grazie alla comprensione della chimica che sta alla
base del codice della vita. Mendel pubblicò i suoi risultati su un bollettino
locale della città di Brno, e le sue leggi
dovettero attendere 30 anni prima che fossero riscoperte
indipendentemente e rese note alla
scienza europea da De Vries in Olanda, da
Currens in Germania e da von Tschermak in Austria. Localmente, tuttavia , il
bravo Gregorio aveva raggiunto una certa notorietà, e andava fiero delle sue
scoperte, a tal punto che si peritò di mandare una descrizione dei suoi
risultati al grande Darwin, che però, ormai immerso nelle grandi polemiche che
aveva suscitato la sua opera sull’Origine delle specie, ignorò il contributo
in tedesco dell’oscuro monaco (e se lo avesse
considerato |
avrebbe risolto un bel numero di critiche e di problemi). La notorietà
di Mendel e i suoi brillanti studi giunsero presto a Vienna, la capitale
dell’Impero, alle orecchie
dell’Imperatore, che probabilmente consigliato da qualche malevolo alto
prelato, invidioso del successo del monaco che veniva distolto dalle sue
mansioni principali al
convento, decise di mettere alla prova il geniale Mendel E qui entra in scena
il terribile sparviere dei boschi, perché la pianta scelta dall’Imperatore fu
proprio questa, la più enigmatica e difficile di tutte. Il botanico svizzero
Naegeli, che se ne stava occupando da anni, aveva
notato una estrema variabilità di colore negli incroci di due sparvieri dei
boschi, Hieracium pilosella e Hieracium
aurantiacum. Mendel non si fece scappare la grande occasione di acquisire
una gloria imperitura se avesse soddisfatto le curiosità dell’Imperatore e si
mise, con buona lena, ad incrociare gli ieraci, sicuro di trovare confermate le
sue leggi sull’ereditarietà. Ma qui iniziarono le amare sorprese. Infatti gli
ibridi di prima generazione ( i cosiddetti F1) che avrebbero dovuto mostrare una
uniformità di colore per la predominanza del carattere dominante, mostravano
invece tutta una inspiegabile gamma di colori. Al contrario i fiori della
seconda generazione (gli F2) erano
del tutto uniformi e non mostravano alcuna differenza.: in pratica tutto
l’opposto di quello che Mendel aveva trovato nella sua monumentale ricerca su Pisum
sativum, il normale pisello. Dovevano passare molti anni ancora perché,
grazie alle ricerche di Juel del 1898, si
arrivasse a comprendere la fondamentale differenza tra questi tipi di piante e
cioè che mentre il pisello, come la stragrande maggioranza delle angiosperme,
si riproduce per via sessuata con l’embrione che deriva dalla unione di n
cromosomi paterni ed n materni, lo ieracio si riproduce per via partenogenica,
con l’intero patrimonio di 2n cromosomi materni che viene trasferito alla
prole, dando luogo a cloni della genitrice. Nel frattempo però una bufera aveva
colpito il monastero di di Brno, con l’invasione dell’esercito prussiano e
con l’Imperatore ovviamente occupato a fronteggiare ben altre preoccupazioni
che non la riproduzione di alcune piantine dei boschi. Il nostro bravo monaco
dovette abbandonare i suoi studi e passò gli ultimi anni nel convento, di cui
nel frattempo era diventato abate, insegnando ai giovani e cercando di inculcare
loro il rispetto e l’amore per la natura che l’avevano condraddistinto per
tutta la vita. Fin da giovane infatti, Mendel era convinto che «le forze della
natura agiscono secondo una segreta armonia, che è compito dell'uomo scoprire
per il bene dell'uomo stesso e la gloria del Creatore». Negli ultimi anni della
vita dovette impegnare le sue forze lottando per vedere riconosciuto un presunto
diritto. Il governo austriaco, per ridurre il dissesto finanziario dovuto alla
guerra con la Prussia, aveva imposto gravi tasse ai monasteri, e Mendel riteneva
ingiusta questa legge. Ripetutamente egli scrisse lunghe lettere spiegando il
suo modo di intendere la legge e, con la sua tipica perseveranza, rifiutò di
pagare le tasse. Per questa situazione egli venne gradualmente isolato dai suoi
precedenti amici e anche dalla comunità. Quando si spense, nel 1884, non sapeva
ancora che le sue ricerche avrebbero costituito la pietra miliare di quella
scienza che sarebbe esplosa nel secolo successivo, la genetica. Ma riguardo alla
giustezza delle sue teorie, rimase sempre con i dubbi che una pianta gli aveva
istillato, una pianta che sembrava ribellarsi ad ogni schema: il terrribile
sparviere dei boschi. |