Bologna la verde

 

di Giancarlo Marconi

 

Tra gli usuali  stereotipi che designano, di volta in volta, Bologna come rossa, turrita, dotta e fosca manca quello che maggiormente le deriva non tanto dal contesto cittadino, quanto dai pregi botanici delle campagne e dei colli che la circondano. Esistono infatti , anche se non a tutti note, una Bologna delle acque , recentemente rivalutata grazie anche al restauro dell'antico acquedotto sotterraneo, o una Bologna dei viaggiatori ( a cui è stato recentemente dedicato un bel volume uscito dalla fucina culturale di questa rivista) , ma manca completamente una Bologna dei botanici. Eppure , il nome di Bologna compare sia nella denominazione binomiale di alcune piante, sia nel nome volgare di alcune di esse, e soprattutto, indirettamente, attraverso il nome di alcuni grandi bolognesi del passato, a cui sono stati dedicati un genere e talvolta una intera famiglia di piante. Mi accingo , perciò a colmare modestamente questa lacuna, con un rapido excursus nel mondo delle piante che in qualche modo sono in relazione con la nostra città.

Due sono le piante della flora italica che riportano nel nome specifico quello di Bologna e cioè Campanula bononiensis L. e Sedum boloniense Loisel.. La prima, Campanula bolognese, in realtà non frequentissima nel nostro territorio , è una robusta pianta bienne, con foglie triangolari, tomentose soprattutto sulla pagina inferiore della lamina e grossolanamente dentate sui bordi. I fiori, azzurro-violacei , e particolarmente piccoli per il genere Campanula, sono riuniti in dense spighe terminali. Attualmente la si può trovare lungo le scarpate  e vallecole del Contrafforte Pliocenico, nei dintorni di Sasso Marconi (fiorisce a luglio-settembre). Come penso sarà noto a molti lettori, la lettera L. accanto al nome scientifico, indicante l'autore che per primo ha battezzato la specie, sta per Linneus (Carl von Linnè, italianizzato in Linneo), e in effetti, tra le piante questa è l'unica specie che il grande svedese ha dedicato a Bologna. Qui si apre un notevole interrogativo, e cioè, dato il fatto che Linneo, che pure fu un notevole viaggiatore per i suoi tempi, non visitò mai l'Italia (identificata con la Chiesa Cattolica, per la quale, da buon Luterano aveva una atavica diffidenza, se non avversione) nè tantomeno Bologna, come poteva sapere che questa pianta era così frequente nel nostro territorio, a tal punto da dedicarle il nome?  La risposta sta nella vasta rete  di collaboratori e corrispondenti che si era saputo creare in tutto il mondo. Dopo essersi ritirato nella sua casa di campagna di Hammarby, non distante da Uppsala,  Linneo era solito inviare i suoi allievi più brillanti in varie parti del mondo per collezionare piante nuove e sconosciute ( a volte ci rimettevano la pelle, come accadde al povero Forsskahl nella Arabia felix, l'attuale Yemen). Uno dei suoi corrispondenti italiani era Giuseppe Monti, curatore dell'Orto Botanico di Bologna (a cui in segno di gratitudine Linneo dedicò il genere Montia ) che oltre ad essere decisivo nell'attribuzione del nome di un'altra celebre pianta , come vedremo, con molta probabilità inviò in Svezia un esemplare della nostra Campanula .

Lasciamo per il momento Linneo per parlare di un'altra pianta, questa volta molto più frequente della prima, e cioè Sedum boloniense Loisel., chiamata in Italiano Borracina insipida, per distinguerla dalla Borracina acre (Sedum acre) dal sapore pepato. Si tratta di una piccola Crassulacea dalle foglie carnose e fiori gialli , che riveste in abbondanza le rupi arenacee e gessose della nostra Provincia, essendo particolarmente frequente sui Gessi Bolognesi e sul Contrafforte Pliocenico. Attualmente, però , il nome scientifico corrente di questa pianta è stato cambiato in Sedum sexangulare L., dove il nome specifico allude alla forma esagonale delle rosette sterili; l'antico sinonimo attribuitogli dal botanico Loiseleur, compare ancora, tuttavia nei testi meno aggiornati . E , a proposito di nomi ormai in disuso, occorre ricordare il cosiddetto Bolognino, denominazione volgare di Tulipa sylvestris, il bellissimo tulipano giallo che un tempo doveva essere comunissimo nei campi attorno alla città, e che sta diventando sempre più raro , come del resto tutte le piante "infestanti" delle colture cerealicole e dei campi sarchiati. Tra le scomparse di piante che un tempo dovevano essere frequenti nelle zone umide planiziarie e collinari, particolarmente dolorosa è quella dell'Aldrovanda (Aldrovanda vesiculosa L.) , una pianta acquatica carnivora , ormai introvabile in Italia e tra le più minacciate d'Europa. Linneo la dedicò ad Ulisse Aldrovandi, il grande e immaginifico naturalista bolognese del XVI secolo, fondatore dell'Orto Botanico della città  e collezionista di un preziosio erbario ancor oggi conservato presso il nostro Ateneo. In realtà il primo botanico che dedicò questa pianta ad Aldrovandi fu il già citato Giuseppe Monti, che  per primo chiamò la specie Aldrovandia (nel 1747), nome poi cambiato in Aldrovanda  da Linneo nel 1753. Si tratta di una pianta che vive completamente sommersa e che si procura il cibo con una serie di vescicole cigliate (di pochi mm di diametro) che hanno la possibilità di aprirsi e chiudersi a mò di trappola sul malcapitato animaletto di passaggio. In questo meccanismo, che è comune anche alle più celebri Dionea dell'America settentrionale, l'Aldrovanda differisce dalle altre carnivore della flora italiana, che catturano gli insetti o per risucchio in piccole vescicole ( le Utricolarie), o grazie a sostanze vischiose (  Drosere e Pinguicole). La grande rarefazione di questa pianta è dovuta soprattutto al cambiamento della qualità delle acque: la strana ecologia dell'Aldrovanda prevede infatti delle acque calme, oligotrofe, calde d'estate e con presenza di altre piante che producano in abbondanza anidride carbonica, che costituisce il maggior nutrimento giornaliero della pianta stessa.

Tornando a Linneo, va detto che anche se non visitò direttamente l'Italia, tenne in grande considerazione alcuni botanici italiani, sia del passato come Andrea Cisalpino, sia suoi contemporanei ( in tal caso dando maggior rilievo a quelli che adottarono immediatamente il suo sistema di classificazione , come l'Allioni a Torino). Furono così battezzate intere famiglie con il nome di celebri scienziati bolognesi, come quella delle Malpighiaceae, una famiglia di arbusti tropicali sudamaricani, o di generi come Marsilea , dal celebre collezionista Marsili, la cui bella wunderkammer si può ancor oggi ammirare presso i Musei dell'Università. Ironicamente , Giuseppe Monti, a cui come si è visto Linneo dedicò una piccola portulacacea delle sorgenti montane (Montia fontana) , fu uno dei più restii ad adottare il sistema sessuale ideato da Linneo ( basato sul numero e la disposizione di stami e pistilli dei vari fiori), alleato in questo rifiuto con il grande fisiologo Lazzaro Spallanzani , allora attivo presso l'Università di Pavia. Tutte queste piante, con l'ovvia eccezione delle Malpighiaceae, dovevano essere un tempo presenti e comuni nelle acque che circondavano la città  ( e forse nei numerosi canali che attraversavano la città). Ora la situazione  è alquanto diversa: scomparsa l'Aldrovanda, scomparsa la Montia, ormai relegata in una zona remota dell'Appennino parmigiano,  quasi scomparsa la Marsilea, presente in Regione solo nella pianura Modenese, non possiamo che intonare un mesto mea culpa per aver sperperato in così malo modo il nostro patrimonio naturale e nel contempo per avere così poveramente onorato il nome dei bolognesi illustri che a queste piante furono legati per sempre dal grande Linneo.