La vittima e l’aguzzino (ovvero riflessioni in foresta)

 

Nella polverosa foresta di Abuko, in Gambia, ho assistito ad uno  di quei piccoli drammi che avvengono in natura ogni giorno e che di solito passano del tutto inosservati ai non addetti ai lavori. I protagonisti erano una piccola vespa parassita dalla brillante divisa verde dorata (ricordava i colori della mosca carnaia, Lucilia caesar) ed una grossa blatta di colore marrone chiaro, di dimensioni almeno dieci  volte maggiore dell’imenottero che l’aveva aggredita e paralizzata. La vespa cercava di trasportare, in salita, sulla corteccia di un albero, la sua vittima paralizzata e,  qui sta la stranezza, la blatta riusciva a muovere le zampe e addirittura a seguire il proprio aguzzino verso la più atroce delle morti. Una volta trasportata nel nido, infatti , la vespa avrebbe comodamente inserito il suo ovodepositore nell’animale paralizzato e presto una nidiata di piccole e voracissime larve avrebbero incominciato a divorare dall’interno la grossa blatta, evitando istintivamente gli organi vitali la cui lesione l’avrebbe portata alla rapida morte, in quanto era nel loro interesse che i tessuti della vittimasi mantenessero freschi il più a lungo possibile.

Foto S. Sommazzi.- Justbirds

Era evidente che la puntura con cui era stata paralizzata parzialmente era stata talmente precisa e mirata  ad alcuni centri nervosi, che la blatta riusciva ancora a muovere le zampe, ma per uno di quei misteri che ci lasciano sbalorditi in natura, non riusciva a muoverle per liberarsi e cercare di fuggire, anzi sembrava che la puntura le avesse anche modificato l’istinto di difesa, generandole una specie di complicità e connivenza con l’aguzzino. (Inevitabile il pensiero alla connivenza che talvolta fu testimoniata tra i deportati dei campi di concentramento nazisti e i loro aguzzini). A riprova del fatto che la blatta non riusciva più a fuggire dalla vespa che l’aveva aggredita, ho visto ad un certo punto l’imenottero salire sul tronco, quasi per ispezionare il nido, lasciando incustodita la preda, che muoveva si le zampe, ma restava immobile senza avanzare o indietreggiare di un millimetro. Si tratta di uno degli episodi che avvengono probabilmente milioni di volte al giorno in tutto il mondo (basti pensare che la tribù degli icneumonidi, specializzati nel parassitare vari bruchi di lepidotteri, oltre che afidi e ragni,  conta migliaia di specie): eppure risulta sempre un po’ sconvolgente, se giudicato con la sensibilità umana, che la natura abbia escogitato un metodo così crudele per far  propagare una specie animale a scapito di un’altra. Ma come, si sente dire da molte parti, non sono infatti gli animali che uccidono solo per bisogno e sempre nel modo più efficiente, mentre l’Uomo si diletta nel torturare i suoi simili da che mondo è mondo?  In effetti il problema degli icneumonidi e degli insetti parassitoidi in genere ( i parassitoidi sono quegli esseri che uccidono le vittime con il parassitismo, mentre i veri parassiti le lasciano in vita) fu talmente sentito nei secoli scorsi, da far vacillare il meraviglioso edificio costruiti dai creazionisti più convinti, quelli che professavano la cosiddetta teologia naturale. Secondo questa filosofia, tutti gli esseri del Creato eraro stati ideati dall’Onnipotente per potere dimostrare la perfezione e la infinita bontà della mente divina. Ora, si obiettava, come aveva potuto il Signore creare, e in gran numero, delle creature così crudeli da uccidere in modo lento e raffinato le loro vittime per poter dare nutrimento alla propria prole? In relatà, alcuni dei grandi spiriti del ‘700 non si scomposero più di tanto e cercarono delle giustificazioni a volte anche risibili per minimizzare  un fenomeno così raccapricciante ed apparentemente non riconciliabile con l’infinito amore del Creatore per le sue creature. Ad esempio,  Charles Lyell, il grande geologo ispiratore di Darwin con la sua teoria della continuità e successione temporale degli eventi geologici, riteneva che i bruchi fossero talmente letali allo sviluppo della vegetazione da ritenere giusta ed inevitabile ogni forma di controllo sulla loro proliferazione. Anche i più famosi entomologi del tempo, come il reverendo Kirby, non si lasciarono sopraffare dall’orrore del fenomeno a cui assistevano, e minimizzando la sorte degli insetti parassitati, si misero decisamente dalla parte dei più forti ( gli icneumonidi) elogiandoone senza mezzi termini la grande abilità nella scelta delle vittime e nella chirurgica operazione della paralisi, nonché il commovente istinto materno con cui riuscivano a nutrire un’intera, numerosa covata grazie ad una sola vittima. Nell’800, anche alcuni ferventi cattolici e critici della teoria evoluzionistica, cercarono di addolcire in un certo senso la crudezza del fenomeno del parassitismo, sulla base di due argomenti alquanto opinabili e cioè il fatto che il dolore fisico non è assolutamente paragonabile a quello mentale e morale,  e la caratteristica per cui gli esseri inferiori provano un dolore insignificante se paragonato a quello degli esseri superiori (vedi uomo: quest’ultima teoria sarebbe stata spesso citata in appoggio ad alcune delle più aberranti ideologie razziste del secolo scorso).  E mentre il grande Fabre per poter comprendere meglio il fenomeno, almeno a suo dire, nutriva un po’ sadicamente gli insetti parassitati con sostanze zuccherine in modo da prolungarne la vita ( e le sofferenze),  toccò come spesso succede, alla più lucida mente del tempo, quella di Darwin, a dare un giudizio  obiettivo e spassionato del fenomeno.  In una lettera rimasta spesso dimenticata, Darwin scriveva al botanico Hooker “Che libro potrebbe scrivere un cappellano del diavolo sulla rozzezza, lo spreco, la mediocrità e l’orribile crudeltà delle opere della natura!” E mentre faceva capolino ai suoi tempi una idea forte ed estrema e cioè che la natura è così com’ è e non può essere ricondotta agli schemi morali dell’umanità, Darwin, proprio a proposito degli icneumonidi e del loro terribile modo di perpetuare la specie, con la consueta compostezza e modestia si esprimeva così: ”Io sento, nell’intimo mio, che l’intero argomento è troppo profondo per l’intelletto umano. Sarebbe come se un cane si mettesse a speculare sulla mente di Newton. Lasciamo che ogni uomo speri e creda in ciò che può.”