Il terribile sparviere dei boschi

 

di

 

Giancarlo Marconi

 

 

I miei affezionati lettori penseranno che, una volta tanto, abbandonato l’amato regno vegetale,  mi sia venuta voglia di scrivere di ornitologia. E probabilmente lo farò, ma non questa volta, perché lo sparviere del titolo non si riferisce all’agile rapace che abita nei nostri boschi, autentico terrore di fringuelli, cince e pettirossi, bensì ad una innocua piantina che tutti avranno visto in un castagneto autunnale  o durante una passeggiata in un bosco appenninico. Si tratta di una composita del genere Hieracium, una delle tante a fiori gialli, che al più distratto osservatore richiamerà il familiare piscialetto (Taraxacum) o il dente di leone (Leontodon). A differenza di queste due piante che troviamo soprattutto nei prati, però, il nostro sparviere raramente esce dai boschi più umidi ed ombrosi, dove spesso lo vediamo adornare rocce ricoperte di muschi  o umide per lo stillicidio di qualche sorgente. Il nome sparviere non è casuale, essendo la traduzione italiana del termine generico Hieracium, derivante a sua volta dal greco Hierax = sparviere: secondo gli antichi, infatti, questi piccoli rapaci si sarebbero cibati di questa pianta per acquistare la vista prodigiosa che li contraddistingue. Nelle nostre zone montane abbiamo almeno una decina di rappresentanti di questo genere, che annovera il comune sparviere dei muri (Hieracium murorum), i meno frequenti sparvieri di Savoia (H. sabaudum) e di Lachenal (H.lachenali), e, nei prati più aridi e rocciosi , lo Hieracium pilosella, i vari sparvieri a corimbi  (H.corymbosum, H.florentinum, H.pseudopilosella), fino agli spettacolari e lanosissimi sparvieri dei prati di alta quota (Hieracium tomentosum e Hieracium lanatum). Fin qui tutto bene, ma occorre spiegare l’aggettivo che ho usato nel titolo e cioè “terribile”. E qui la storia ci porta lontano nel tempo e nei luoghi e pecisamente nella Moravia della seconda metà dell’800. Nel bell’orto di un convento non lontano da Brno, una mente prodigiosa, quella del monaco Gregorio Mendel  stava delineando una delle leggi più importanti della moderna genetica, quella della ereditarietà. Con infinita pazienza il nostro monaco classificava tutta una serie di piselli che coltivava in apposite serre e grazie alle continue ibridazioni controllate era giunto a formulare le tre leggi che avrebbero portato per sempre il suo nome. E mettendo in tante caselline i suoi prodotti, che erano piselli di vario colore, screziatura, rugosità il nostro bravo monaco era ormai giunto alla certezza che tutti gli ibridi naturali si portassero dietro una eredità di caratteri che rispondeva a delle leggi distributive immutabili (in 7 anni di esperimenti esaminò circa 28.000 piante di piselli). A quei tempi non esisteva ancora il concetto di gene e dobbiamo alla grande intuizione di questo monaco il fatto di aver gettato le basi di quella scienza, la genetica, che poi è stata prepotentemente sviluppata  nel secolo successivo grazie alla comprensione della chimica che sta alla base del codice della vita. Mendel pubblicò i suoi risultati su un bollettino locale della città di Brno, e le sue leggi  dovettero attendere 30 anni prima che fossero riscoperte indipendentemente  e rese note alla scienza europea da De Vries in Olanda,  da Currens in Germania e da von Tschermak in Austria. Localmente, tuttavia , il bravo Gregorio aveva raggiunto una certa notorietà, e andava fiero delle sue scoperte, a tal punto che si peritò di mandare una descrizione dei suoi risultati al grande Darwin, che però, ormai immerso nelle grandi polemiche che aveva suscitato la sua opera sull’Origine delle specie, ignorò il contributo in tedesco dell’oscuro monaco (e se lo avesse  considerato avrebbe risolto un bel numero di critiche e di problemi). La notorietà di Mendel e i suoi brillanti studi giunsero presto a Vienna, la capitale dell’Impero,  alle orecchie dell’Imperatore, che probabilmente consigliato da qualche malevolo alto prelato, invidioso del successo del monaco che veniva distolto dalle sue mansioni principali   al convento, decise di mettere alla prova il geniale Mendel E qui entra in scena il terribile sparviere dei boschi, perché la pianta scelta dall’Imperatore fu proprio questa, la più enigmatica e difficile di tutte. Il botanico svizzero Naegeli, che se ne stava occupando da anni,  aveva notato una estrema variabilità di colore negli incroci di due sparvieri dei boschi, Hieracium pilosella e Hieracium aurantiacum. Mendel non si fece scappare la grande occasione di acquisire una gloria imperitura se avesse soddisfatto le curiosità dell’Imperatore e si mise, con buona lena, ad incrociare gli ieraci, sicuro di trovare confermate le sue leggi sull’ereditarietà. Ma qui iniziarono le amare sorprese. Infatti gli ibridi di prima generazione ( i cosiddetti F1) che avrebbero dovuto mostrare una uniformità di colore per la predominanza del carattere dominante, mostravano invece tutta una inspiegabile gamma di colori. Al contrario i fiori della seconda generazione (gli F2)  erano del tutto uniformi e non mostravano alcuna differenza.: in pratica tutto l’opposto di quello che Mendel aveva trovato nella sua monumentale ricerca su Pisum sativum, il normale pisello. Dovevano passare molti anni ancora perché, grazie alle ricerche di Juel del 1898,  si arrivasse a comprendere la fondamentale differenza tra questi tipi di piante e cioè che mentre il pisello, come la stragrande maggioranza delle angiosperme, si riproduce per via sessuata con l’embrione che deriva dalla unione di n cromosomi paterni ed n materni, lo ieracio si riproduce per via partenogenica, con l’intero patrimonio di 2n cromosomi materni che viene trasferito alla prole, dando luogo a cloni della genitrice. Nel frattempo però una bufera aveva colpito il monastero di di Brno, con l’invasione dell’esercito prussiano e con l’Imperatore ovviamente occupato a fronteggiare ben altre preoccupazioni che non la riproduzione di alcune piantine dei boschi. Il nostro bravo monaco dovette abbandonare i suoi studi e passò gli ultimi anni nel convento, di cui nel frattempo era diventato abate, insegnando ai giovani e cercando di inculcare loro il rispetto e l’amore per la natura che l’avevano condraddistinto per tutta la vita. Fin da giovane infatti, Mendel era convinto che «le forze della natura agiscono secondo una segreta armonia, che è compito dell'uomo scoprire per il bene dell'uomo stesso e la gloria del Creatore». Negli ultimi anni della vita dovette impegnare le sue forze lottando per vedere riconosciuto un presunto diritto. Il governo austriaco, per ridurre il dissesto finanziario dovuto alla guerra con la Prussia, aveva imposto gravi tasse ai monasteri, e Mendel riteneva ingiusta questa legge. Ripetutamente egli scrisse lunghe lettere spiegando il suo modo di intendere la legge e, con la sua tipica perseveranza, rifiutò di pagare le tasse. Per questa situazione egli venne gradualmente isolato dai suoi precedenti amici e anche dalla comunità. Quando si spense, nel 1884, non sapeva ancora che le sue ricerche avrebbero costituito la pietra miliare di quella scienza che sarebbe esplosa nel secolo successivo, la genetica. Ma riguardo alla giustezza delle sue teorie, rimase sempre con i dubbi che una pianta gli aveva istillato, una pianta che sembrava ribellarsi ad ogni schema: il terrribile sparviere dei boschi.