Il fiore che fece impazzire l’Umanità

 

di

Giancarlo Marconi

 

"Oggi un contadino ha acquistato un singolo bulbo del raro tulipano chiamato Vicerè, pagando per esso: otto maiali grassi, quattro buoi grassi, dodici pecore grasse, ventiquattro tonnellate di grano, quarantotto tonnellate di segale, due botti di vino, quattro barili di birra, due tonnellate di burro, mille libbre di formaggio, una coppa d’argento, un abito, un letto completo, per un valore totale di 2500 fiorini". Così riportava il cronista della città di Haarlem, Chrispijn Munting nel 1637. Sembra fantascienza, se pensiamo che una famiglia di 4 persone poteva sopravvivere a quei tempi, per un anno, con 300 fiorini, ma è la pura verità: e questa è solo una delle mille cronache che descrivono una delle pagine più inquietanti della follia dell’umanità. Si, perché il protagonista e tanto agognato oggetto di questi folli scambi non era altro che una modesta e terrosa cipolla, dalla quale sarebbe, forse, nato un giorno uno splendido fiore, appunto il tulipano chiamato Vicerè. A me, personalmente, fa un certo effetto e direi che mi provoca sempre un sogghigno ironico il pensare che un prodotto della tanto bistrattata Natura, e neanche destinato ad imbandire una ricca tavola, si sia presa una vendetta così clamorosa sul bipede che con tanta arroganza domina il mondo dall’inizio della nostra civiltà sulla Terra.

E questo protagonista non è altro che un fiore, un delicato, coloratissimo insieme di sei tepali, privo di profumo, e destinato a vivere al massimo una manciata di giorni. Lunga era stata la strada che aveva portato il tulipano in Occidente: dalle montagne celesti dello Tien Sian e dagli aridi altipiani del Pamir, aveva seguito le orde delle tribù turche che nella sete di conquista si spingevano sempre più ad Occidente, fino alla sanguinosa e fatale conquista di Costantinopoli e all’insediamento definitivo dei sultani Osmanidi sulle rive del Corno d’oro. Fu qui che, nei giardini della "dimora della gioia" di Maometto II, più nota come Topkapi, furono creati i primi incroci di tulipani, ibridando specie centro-asiatiche con quelle delle rive del Mar Nero e fondando i presupposti di quella che sarebbe diventata la grande febbre dei tulipani in Occidente. Fu proprio ad Istambul che un fiammingo di nome Busbecq, in veste di ambasciatore del Sacro Romano Impero si imbattè nei tulipani, e li chiamò così per analogia con il dulbend, il turbante turco, per via dei tepali che si compongono come le pieghe di un turbante; fu qui anche che questo occidentale si imbattè nella grande passione dei Turchi per questi fiori e ne rimase, a dir poco, sconcertato. I Turchi consideravano il tulipano come un portafortuna, e poiché la loro religione imponeva di non raffigurare fiori od animali, si facevano ricamare il fiore negli indumenti intimi che portavano in battaglia. Ma la storia dell’apparizione di questo fiore in Occidente doveva riservare ancora molte sorprese. Nel 1562 una nave proveniente da Istanbul attraccava ad Anversa, con un carico di stoffe, in mezzo alle quali, come regalo, c’era un pacchetto di bulbi: il mercante che aveva ordinato le stoffe, non sapeva che farsene di quelle strane cipolle, per cui ne arrostì una buona parte e le mangiò condite con olio e aceto, buttando gli altri bulbi nel letame, vicino ai cavoli. Fu con sua grande sorpresa che, nella primavera successiva, vide fiorire una serie di fiori con meravigliose tonalità di giallo e di rosso: incuriosito, chiamò un vicino, appassionato di botanica e di orticoltura e, soprattutto, in corrispondenza con Charles d’Ecluse, meglio noto con il nome latinizzato di Clusius, uno dei maggiori botanici del tempo. La fortuna dei tulipani in Occidente era iniziata. Clusius constatò infatti che i luminosi fiori sbocciati nell’orto del mercante di Anversa "davano piacere agli occhi con la loro deliziosa varietà", incominciò a farli propagare, ed essendo in contatto con le maggiori corti d’Europa, ne mandò vari esemplari ai giardinieri reali perché li potessero piantare nei loro magnifici parterres. Non solo, ma l’accresciuta popolarità dei tulipani fece sì che nuove e sempre maggiori quantità e qualità venissero richieste dall’Oriente. Fu in questo periodo, quindi, a metà del ‘500 che si diffusero alcune varietà note per la facilità di dare ibridi: tra queste vi sono due delle specie che più comunemente troviamo inselvatichite nei nostri prati all’inizio della primavera e cioè il tulipano fuoco, Tulipa praecox e il tulipano persiano, battezzato in seguito Tulipa clusiana proprio in onore di Clusius. Il primo lo possiamo ammirare in belle distese rosseggianti sui colli bolognesi assieme al molto simile Tulipa oculus-solis all’inizio di Aprile; il secondo, più raro e caratterizzato dall’elegante striatura rosa-carico sui tepali bianchi, lo si trova in boschetti termofili della Romagna. Sembra, in effetti, che Tulipa clusiana sia stato il primo tulipano ad essere coltivato in Italia, e precisamente a Firenze, ad opera di quel Matteo Caccini, più noto per essere il fratello dell’accusatore di Galileo, piuttosto che corrispondente dello stesso Clusius, che nel frattempo si era trasferito a Francoforte.

In realtà in Italia e anche nella nostra Regione vi sono due tulipani di origine ancora più antica e cioè il bolognino, Tulipa sylvestris e il tulipano di roccia Tulipa australis. Il primo è un classico commensale dei campi di grano e i suoi bei fiori gialli creano un bellissimo contrasto con il verde intenso delle plantule del cereale in Aprile. Un tempo comunissimo, soffre attualmente delle raccolte sconsiderate, oltre che, naturalmente, del trattamento con pesticidi e diserbanti dei campi coltivati. Si tratta comunque di una specie di grande pregio e bellezza, che dovremmo tenerci stretta e a cuore, visto anche che fa parte di quel contingente di piante commensali che seguirono l’Uomo durante la rivoluzione neolitica e che arrivarono dal Medio Oriente nel nostro paese con la pratica dell’Agricoltura (vedi l’articolo "Le piante che seguirono l’Uomo", SSS n° 8). Il secondo, più localizzato ed esigente, lo si trova in montagna spesso in ambienti di rifugio, e nella nostra regione mostra una spiccata predilezione per i terreni vulcanici propri delle Ofioliti ( vedi SSS n°9). .Entrambi sono gialli, ma mentre il primo ha un colore uniforme, il secondo ha i tepali esterni striati, alternatiamente, di rosso. Se in Turchia il tulipano era considerato un portafortuna, in Occidente il suo simbolismo fu più controverso: mentre il tulipano selvatico simboleggiava il Primo Amore, quello coltivato poteva alludere all’Amor Perfetto, ma anche all’incostanza in Amore, all’Onestà ma anche alla Mancanza di discernimento.

Ma torniamo alla storia della fortuna dei Tulipani nei Paesi Bassi: all’inizio del ‘600 Amsterdam era il porto e il centro commerciale più importante del mondo, un pò come la Londra dell’800 o la New York dei nostri giorni. Fu qui che la gente di tutti le classi sociali incominciò a commerciare e ad appassionarsi alle quotazioni dei bulbi di questi fiori. Venivano battute in continuazione aste e i più pregiati cultivars venivano aggiudicati a cifre da capogiro. Molti ingenui rimasero coinvolti nella speculazione, che si allargò a macchia d’olio coinvolgendo dapprima le classi più abbienti, e in seguito anche operai e contadini che investivano anche la casa e i campi su dei bulbi che dovevano ancora essere creati. Coltivatori e fiorai si riunirono in confraternite che si scambiavano i bulbi fino a notte fonda tra fumi e fiumi di birra nelle osterie del porto di Amsterdam e sembra che questi locali fossero così diffusi e popolari in quei tempi da essere frequentati anche da donne e bambini. Nel frattempo anche i grandi pittori dell’epoca, tra cui Rembrandt e Vermeer non rimasero insensibili al fascino degli splendidi fiori, che vennero così raffigurati in un gran numero di nature morte o sfondi di quadri allegorici, rimasti tra i maggiori capolavori del secolo d’oro olandese. Ma la crescita drogata e gonfiata all’inverosimile era destinata a crollare come tutte le grandi speculazioni umane basate sul nulla: se il 1634 era stato l’apice delle contrattazioni e della ventata di follia collettiva, già tre anni dopo, nel 1637 si verificava il grande crollo dei prezzi, gettando nella miseria più nera i più sprovveduti e ingenui investitori (un po’ come sarebbe avvenuto a Wall Street tre secoli più tardi). Finiva così una delle tante follie umane legate alla moda, alla sete di denaro ed alla profonda irrazionalità dell’essere umano. Rimaneva in Europa, del tutto ignaro, ad aprire le sue splendide corolle alle prime, soavi brezze di primavera, il meraviglioso fiore amato dai Sultani e che si era preso il lusso di fare impazzire l’Umanità, il tulipano.