1-Famagosta: il sublime e l’orrore

di

Giancarlo Marconi

Posta nella costa orientale di Cipro, nella parte occupata dalla Turchia, Famagosta sorprende e affascina per la bellezza dei suoi monumenti, per lo specchiarsi nel mare turchese che la separa dalla costa libanese e per la storia densa di avvenimenti, spesso tragici , che l’hanno vista protagonista nei secoli. Ancora circondata dai possenti bastioni delle mura che i Veneziani avevano costruito per resistere all’inevitabile avanzata dei conquistatori Ottomani, (e in cui Shakespeare ha ambientato la torbida vicenda del Moro di Venezia e della bella Desdemona), Famagosta ha l’ aspetto di una tranquilla cittadina di case bianche dal tipico aspetto medio-orientale, ma il tessuto urbano è interrotto in continuazione dalle superbe vestigia di antiche chiese gotiche, bizantine e romaniche, nonché da qualche moschea e Hamman (Bagno turco). E’ la piazza principale della città che, tuttavia, condensa  i motivi che ne hanno resa grande e terribile la memoria nei secoli. Qui sorge, inaspettata e meravigliosa la cattedrale del XIV secolo nelle pure forme del gotico dell’Ile de France, una specie di Notre-Dame de Paris, con le alte torri frontali e  le bellissime ogive a sesto acuto della navata principale, affiancata da due snelle e slanciate navate laterali. Il tutto è impreziosito dal colore caldo della roccia tufica locale, che rende il monumento ancora più spettacolare, senza il grigio omogeneo e serioso delle cattedrali del Nord della Francia. La curiosità maggiore del monumento risiede però nell’altissimo minareto addossato a una delle torri della facciata: segno evidente del rispetto che l’esimio monumento riuscì a incutere ai conquistatori turchi, che non se la sentirono di distruggerlo, limitandosi a imporre il marchio della religione  dei conquistatori. Sicuramente distrutte furono le magnifiche vetrate che come in molte cattedrali francesi rappresentavano una sorta di Bibbia vulgata a favore delle classi analfabete, vetrate sostituite dalle classiche finestre a piccoli fori esagonali  di sapore moresco. Segno evidente dell’elevazione dello spirito umano verso un Dio trascendente e inarrivabile, le cattedrali gotiche francesi  si imposero nel periodo  in cui la rinascita economica e l’aumento della popolazione del Nord della Francia spinse gli eredi dei Franchi a capo dell’Europa, nell’ansia di dominare il Mediterraneo, respingendo il terribile pericolo turco e nel sogno l’utopico di riprendersi   la Terra Santa, ormai irrimediabilmente persa dopo le prime crociate di due secoli addietro. Ma le cose dovevano andare diversamente: dopo la caduta di Acri nel 1291, ai Francesi subentrarono a Famagosta prima i Genovesi, che si spartivano le ricchezze e i commerci  con i Siriani, e, in seguito, dopo un secolo di prosperità e di pace, i Veneziani, che, pur difendendo la città dotandola di imponenti fortificazioni,   dovettero subire  i continui attacchi del grande impero che distava pochi kilometri dalle coste cipriote, con la inevitabile resa i dopo un assedio durato un anno. I Turchi  arrivarono nel 1570 e sembra che sparassero qualcosa come 100000 palle di cannone contro la città pur di ficcarne le difese.

E qui inizia l’orrore della storia, condensato in una colonna appoggiata a pochi metri dall’ingresso  della grande cattedrale di San Nicola Confessore. Il generale turco Lala Mustafà Pashà, indispettito dal  gran numero di vittime subite dal suo esercito durante l’assedio, fece legare l’ammiraglio veneziano Marcantonio Bragadin alla colonna, ordinando di scuoiarlo vivo. Si consumò così uno delle più efferate esecuzioni che contrassegnarono la spietata lotta tra occidente cristiano e oriente islamico, in una lotta che purtroppo ci portiamo ancora dietro dopo vari secoli. Ho cercato qualche cartello che spiegasse l’accaduto in dettaglio, ma tutto è stato messo a tacere e, attorno alla colonna, non c’è nulla che ricordi quei momenti tragici. Solo le guide parlanti italiano si lanciano in particolari truculenti che lasciano esterrefatti. Non contento dell’esecuzione, infatti, il Pashà fece riempire di paglia la pelle dello sventurato e vestitolo con tanto di cappello e insegne militari , lo esibì a dorso di un bue per le vie della città. In seguito i macabri resti furono trasportati a Costantinopoli e di lì trafugati da una spia che riuscì a farli pervenire a Venezia, dove tuttora sono conservati nella basilica di San Giovanni e Paolo (San Zanipolo).

Ma c’è un terzo personaggio, in tutta questa storia, un magnifico albero di Sicomoro (Ficus sycomorus) piantato nel 1299, posto proprio davanti alla colonna , che dovette assistere silenzioso e impotente a tanta barbarie e, chissà, forse ebbe le radici intrise del sangue dello sventurato ammiraglio. In pochi metri abbiamo, in questa piazza,  condensati tutti gli elementi che contraddistinguono la nostra avventura terrena: il bisogno di elevarci e credere in qualcosa di ultraterreno (le torri della magnifica cattedrale gotica), e la meschina violenza con cui lottiamo per quella che Dante chiamava “l’aiuola che ci fa tanto feroci”. Su tutto veglia un silenzioso patriarca vegetale, che se potesse parlare ci farebbe capire quanto vani siano i nostri sforzi per elevarci dalla meschina natura che ci imprigiona.

Figure

Fig.1 – La cattedrale dedicata a San Nicola Confessore, poi trasformata in Moschea come dimostra il minareto a sx.

 

Fig. 2 – La colonna del supplizio di Marcantonio Bragadin

Fig. 3 – Il magnifico Sicomoro del 1299, posto a pochi metri dalla colonna