Puntuale come un orologio, nei giorni della merla anche quest’anno è fiorito al Parco dei Gessi Crocus biflorus a cui è dedicato il mese di febbraio del nostro calendario.

 

 

Chi era Croco?

Nella maggior parte del nome dei fiori spontanei dei nostri boschi e prati si riflette un mito, con un giovane o una ninfa che, per sottrarsi alle voglie di un dio, vengono trasformati in piante. Anche il Croco non è da meno. Ma questa volta il personaggio è un giovane e vigoroso guerriero che si innamora della ninfa Smilace. Gli dei vedono di malocchio questa coppia, dato lo status di mortale di Croco, e decidono di punire i due giovani, trasformandoli in due piante. Tutto sommato va meglio a Croco, che si vede trasformato in un bellissimo fiore, con i petali violetti all’esterno e l’interno di un giallo vivo, colori che non sono casuali, in quanto il viola è simbolo di coraggio, mentre la fauce dorata dell’interno rappresenta il fuoco dell’amore perpetuo per la sua amata. Quest’ultima , invece si vede trasformata in una pianta piena di spine, la Smilax aspera, in italiano smilace o salasapariglia, pianta tipica delle boscaglie sempreverdi dell’Italia centro-meridionale, tanto è vero che in Toscana si è meritata il poco poetico appellativo di stracciabrache. In questo nome percepiamo un eco dell’abitudine dei banditi di darsi “alla macchia”, dove la macchia non è altro che un bosco di leccio e altre sempreverdi a cui stanno aggrappate le lunghe liane spinose della salsapariglia.

Tornando invece ai crochi che vediamo fiorire alla fine dell’inverno, spesso in concomitanza con lo scioglimento della neve, dobbiamo rilevare la peculiarità della specie, Crocus biflorus, che cresce nel fondo della dolina della Spipola, in un ambiente fresco e aperto dove le piante ben distanziate possono aprire le loro corolle per attirare i primi pronubi, come le grosse regine dei bombi che hanno passato l’inverno in buche sotterranee. Si tratta di una pianta relativamente rara in Regione, dove è protetta e che non va confusa con il Croco invernale, Crocus neglectus (in figura sotto, all’inizio dell’antesi), che fiorisce abbondantemente nello stesso periodo a quote più alte nel nostro Appennino.

 

Se osserviamo con cura l’interno della corolla, notiamo lo stimma arancione (parte femminile) che si divide in tre filamenti sfrangiati, circondato da tre stami (il numero tre è caratteristico della famiglia delle Iridacee). Questi filamenti sfrangiati ricorderanno a qualcuno i filamenti presenti nel fiore di zafferano, Crocus sativus, quegli stessi filamenti che vengono raccolti manualmente ogni autunno e che costituiscono, una volta seccati, la materia prima per la preziosa spezie. Da notarsi che Crocus sativus non è una pianta spontanea in Italia, essendo presente solo come coltivata, e che il nostro Crocus biflorus rappresenta il parente selvatico più stretto del famoso zafferano. Un’ultima curiosità che riguarda lo zafferano: importato dall’oriente già dai Romani, ebbe il massimo splendore nel periodo della dominazione araba della Sicilia. Il nome stesso zafferano, ci deriva dall’arabo safran, ma il suo uso nel medioevo era soprattutto di ordine medico. In seguito venne usato dai pittori peri l magnifico colore dorato che impartiva ai quadri, una volta disciolto in olio o nell’albume d’uovo. E come arrivò in cucina? Una leggenda simpatica narra che Leonardo da Vinci, durante le interminabili sessioni in cui affrescava il Refettorio di Santa Maria delle Grazie per il famoso Cenacolo, per errore mise un po’ di zafferano che usava come colorante in un piatto di riso al burro, inventando così il risotto alla milanese.