di Giancarlo Marconi

Riassunto

Pochi uccelli hanno avuto un impatto sulla cultura mondiale come le gru, uccelli affascinanti per la loro eleganza e la fiera lontananza dalle manifestazioni della civiltà umana. In questo articolo si rivisitano le maggiori citazioni di questi uccelli nella letteratura e nell’arte italiana.

Premessa

In una fredda mattina all’inizio di marzo, un servo della gleba alza le spalle curve dalla dura terra e guarda speranzoso il cielo: le ha sentite, con i loro rochi stridii e sorride vedendo lo scuro cuneo di uccelli che, alti, sorvolano la grigia pianura ancora addormentata. Sa che la primavera sta arrivando, e come lui, migliaia di persone si rallegrano al pensiero della fine del lungo e rigido inverno che tante privazioni ha portato alla loro povera famiglia. Si rallegra anche Corrado Gianfigliazzi, nobile fiorentino che sa che potrà offrire un piatto succulento agli amici, si rallegra il suo cuoco Chichibio, che potrà offrire finalmente qualcosa di solido e apprezzato alla sua amata, si rallegra il grande imperatore, lo stupor mundi, che accarezza orgoglioso il suo girfalco in attesa di liberarlo per la preda più ambita della caccia. Le gru percorrono da secoli i cieli d’Italia, impazienti di arrivare, all’inizio della primavera, nelle vaste paludi del Nord-Europa dove potranno riprodursi, o in autunno, per stabilirsi nei caldi territori nord-africani dove svernare. E forniscono un irresistibile spunto di poesia a letterati e di dipinti a pittori, che alzano il livello dei loro dipinti grazie alla eleganza e la pregnante simbologia di questi animali.

Miti e realtà delle gru

La gru europea o gru cenerina (Grus grus) è attualmente la sola delle 15 specie che compongono la famiglia Gruidae ad essere presente in Europa, sia come nidificante (specialmente in Germania del Nord, Polonia e Paesi Scandinavi oltre che in Russia e Paesi Baltici), sia come svernante e regolare migratore. Estinta in Italia da secoli come nidificante (le ultime segnalazioni si riferiscono all’inizio del ‘900 per le paludi attorno a Caorle1, risulta comunque presente, anche in buon numero sia come svernante, sopratutto in Sicilia, Puglia e Sardegna, sia come migratore, prediligendo per le soste aree paludose e poco disturbate dalla presenza umana. Sono note almeno tre grandi rotte migratorie autunnali di questi uccelli in Europa: la prima, la più corposa, parte dalla Svezia e i Paesi Baltici e porta grandi contingenti a svernare in Francia (Der Chantecoq, in Champagne), in Spagna

(Gallocanta, in Aragona);la seconda partendo dalla Svezia settentrionale e dalla Finlandia passa attraverso Polonia, Ungheria, con grandi gruppi svernanti al Parco Nazionale di Hortobagy, e passando sui cieli dell’Italia meridionale raggiunge l’Africa settentrionale; la terza infine parte dalla Finlandia e passando sopra la Turchia porta le gru a svernare in Medio Oriente (celebre è la piana di Hula in Israele come area di sosta). Per quanto riguarda invece la migrazione di ritorno, celebre

è il lago di Hornborga, nella Svezia meridionale, dove si possono ammirare assembramenti migliaia di gru.

Per la sua bellezza questo uccello è stato raffigurato innumerevoli volte, soprattutto nei trattati medievali di caccia. Nel De Arte venandi cum avibus di Federico II di Svevia, l’animale compare diverse volte, sia in volo sia mentre pastura, sia aggredito dal falcone di turno. Sappiamo dai capitoli dedicati a questa caccia, che l’imperatore la pratica grazie a dei girfalchi (Falco rusticolus) appositamente addestrati e fatti venire dalla Germania. Ma il fascino esercitato da questi uccelli ha, in Europa, radici ben più antiche: si pensi alle battaglie tra le gru e i Pigmei, raffigurate in molti vasi greci, celebre fra tutti il piedestallo del vaso François o nei trattati morali, dove la gru simboleggia la temperanza e l’accortezza.

 

 

Fig.1 Scene di gru dal trattato De Arte venandi cum avibus, di Federico II di Svevia.

Quest’ultima “virtù” deriverebbe dal portamento delle gru in riposo, che avviene normalmente in acqua e poggiando il corpo su una zampa sola. Secondo il greco Solino, vissuto nel III secolo d.C e autore di una fortunata Collectanea rerum memorabilium, questo atteggiamento deriverebbe dal fatto che le gru terrebbero nel piede alzato una pietra che verrebbe gettata in acqua per svegliare le compagne al minimo sentore di pericolo, come rappresentato vivacemente in questa medaglia di Altdorf di Norimberga o in alcuni trattati sugli uccelli di epoca medievale, come quello appartenuto a Ulisse Aldrovandi e conservato presso a Biblioteca Universitaria di Bologna.

 

Fig.2 Medaglia dell’Accademia Altdorf, Norimberga, sec.XVI

Fig.3 Le principali rotte migratorie della Gru Europea. Il tratto in rosso si riferisce ad una tratta ripresa di recente, e che attraversa in modo orizzontale la Pianura Padana

Un’altra caratteristica delle gru che ha sempre affascinato gli umani è la sua riluttanza a frequentare luoghi vicini a case o villaggi durante le soste migratorie. Questa caratteristica, che ben la differenzia dalla cicogna (Ciconia ciconia), è riprodotta in vivaci disegni del trattato sulla caccia di Federico II, già citato.

Le gru nella Divina Commedia

Dante cita il volo delle gru in due celebri passi , il primo nel quinto canto dell’Inferno, quello dei lussuriosi: i dannati di questo cerchio sono costretti a volare continuamente in un vento tempestoso, lamentandosi e bestemmiando la virtù divina in continuazione. Il paragone con i voli delle gru in migrazione è immediato:

E come i gru van cantando lor lai, faccendo in aere di sé lunga riga, così vid’io venir, traendo guai,

ombre portate da la detta briga;

Dante prende qui lo spunto dalla Tebaide di Stazio2:

Vix ibi, sedatis requierunt pectora curis:

ceu patrio super alta grues Aquilone fugatae cum videre Pharon; tunc aethera latius implent, tunc hilari clangore sonant;

iuvat orbe sereno

contempsisse nives et frigoria solvere Nilo.

“Sono appena arrivate che già sentono l’angoscia calmarsi nel loro cuore al pari delle gru quando, costrette dal soffio dell’Aquillone ad abbandonare la patria terra per affrontare il mare, scorgono alfine Faro: allora si sparpagliano per i cieli con strida di giubilo; sono felici di aver lasciato alle spalle le nevi per trasferirsi in quel clima sereno e di poter scuotersi di dosso il freddo, bagnandosi nel Nilo”.

Tebaide, XII, 514-518

Allo stesso modo che aveva appreso dal poeta latino che questi uccelli viaggiano al nord in primavera per riprodursi in un clima umido e fresco dove poter nidificare:

Qualia trans pontum Phariis defensa serenis rauca Paraetonio decedunt agmina Nilo cum fera ponit hiems: illae clangore fugaci,

umbra fretis aruisque, volant, sonat auius aether. Iam Borean imbresque pati, iam nare solutis amnibus et nudo iuvat aestivare sub Haemo.

Tebaide, V, 11-16

“Così gli stormi delle rauche gru, che il mite clima di Faro ha protetto durante il rigido inverno, quando questo volge al termine si allontanano dal Nilo Paretonio attraversando il mare, volano veloci con grande strepito, passando come un’ombra sul mare e sulla terra, e ne risuona la volta del cielo. Per loro è giunto il momento in cui è bello affrontare il vento del nord e la pioggia, bello nuotare nei fiumi non più gelati e fare il nido estivo sotto l’Emo spoglio”.

Più complessa è l’interpretazione dei versi del XXVI Canto del Purgatorio, il Canto dei Golosi

Poi, come grue ch’a le montagne Rife volasser parte, e parte inver’ l’arene, queste del gel, quelle del sole schife, l’una gente sen va, l’altra sen vene; (Pg. XXVI 43-46)

Qui Dante sembra riferirsi alla ricerca della temperanza, un giusto equilibrio rappresentato da un clima non troppo caldo né troppo freddo, né gelo né l’aridità delle arene, ma acqua e vegetazione in un clima temperato o medio, risultato di un’interazione di sole e acqua, due elementi che da soli

resterebbero inutili, se non venissero combinati in modo imprescindibile per la vita, tanto vegetativa quanto animale. Piuttosto fantasiose invece le interpretazioni per cui le gru di questo passo rappresenterebbero schiere di suicidi, dato che non si muovono per raggiungere i luoghi più adatti per la riproduzione, o addirittura simbolo di un amore sterile come quello sodomita2.

Singolare è poi la coincidenza con cui fu battezzata la prima linea aerea italiana del dopoguerra, la sfortunata LAI (Linee Aeree Italiane), fondata nel 1956 e destinata a fondersi con l’Alitalia qualche anno dopo, una compagnia il cui nome richiama i versi danteschi del V Canto dell’Inferno e che proponeva, nei suoi manifesti pubblicitari, un aereo seguito da uno stormo di gru nella tipica formazione a cuneo.

Nel Decameron

Forse è nella famosa raccolta di novelle di Giovanni Boccaccio che le gru guadagnano una fama letteraria imperitura, grazie alla spiritosa storia di Chichibio. Durante la sesta giornata, prende la parola Neifile e racconta di Corrado Gianfigliazzi, ricco banchiere fiorentino con la passione degli uccelli e della caccia, che un bel giorno, durante un’uscita col suo falcone, cattura una gru “grassa e giovane”, e la fa cucinare al suo cuoco, il veneziano Chichibio. Ma mentre questi si mette a rosolare allo spiedo la gru, il soave profumo di carne arrostita attrae la serva Brunetta, di cui Chichibio è innamorato, e alle insistenti richieste di costei per una coscia del volatile, Chichibio, prima le risponde cantando che non le darà nulla, ma alle insistenze un po’ ricattatorie della bella servetta, il cuoco cede e gliene regala una. Alla cena, Corrado, si altera non poco vedendo che l’arrosto presenta una sola coscia e ne chiede la ragione a Chichibio, che altro non riesce a rispondere che le gru hanno sempre e solo una zampa sola. Corrado, gli dice allora di accompagnarlo la mattina presto seguente, per vedere se veramente il fatto risponde a verità. E in effetti, giunti vicino alla palude, vedono un gruppo di dodici gru ancora dormienti su una zampa sola. Chichibio crede di passarla liscia, facendo notare la caratteristica dei volatili dormienti, ma Corrado, con un sonoro “Oh,oh” fa alzare in volo le gru, che mostrano entrambe le zampe e si rivolge a Chichibio chiedendogli spiegazioni se non vuole incorrere in una dura punizione. Al ché il cuoco, con grande prontezza di spirito dice: Ma signore, ieri sera non avete urlato Oh,oh alla gru nel piatto! e tutto finisce in una sonora risata del padrone, che apprezza il motto di spirito del servo.

 

Fig. 4 Illustrazione della Novella di Chichibio, Francia, sec XV

La novella , oltre a offrire un prezioso spaccato della vita di corte del periodo tardo-medievale, si presta ad alcune notazioni di carattere zoo-geografico e fornisce qualche idea del territorio in cui si svolge l’episodio. La caccia si svolge infatti a Peretola, un’area di pianura alle porte di Firenze, che oggi ospita l’Aeroporto della città, ma anche un lago ed alcune vasche circostanti che sono attualmente adibite a Bird-watching (Parco della Piana fiorentina). E’ suggestivo pensare che questa stessa zona all’inizio del ‘300 ospitasse popolazioni di gru svernanti, come suggerisce l’aspetto ben pasciuto dell’esemplare catturato e non solo in sosta durante la migrazione. L’altro particolare che si può dedurre è che l’esemplare catturato sia quello di un giovane, dato che la stazza degli adulti di gru cenerina, alti fino a 1 metro e 20, costituiscono una preda imponente per un falcone, e nulla vieta di pensare che fosse nato in loco l’estate prima. Si tratterebbe allora di un indizio, per quanto speculativo, della nidificazione di questa specie in Italia nel Medioevo.

Le gru di Raffaello

Dopo tanti trattati di caccia, in cui le gru appaiono sempre più o meno stilizzate, occorre aspettare l’inizio del XVI secolo per avere una grande e veridica raffigurazione di gru, e l’autore è Raffaello, che le disegna in un cartone preparatorio per un arazzo destinato ad ornare la parte inferiore della Cappella Sistina.

 

Fig.5.Raffaello. Cartone e arazzo della Pesca Miracolosa, 1514-1516

L’arazzo doveva far parte di una serie di 7 grandi arazzi con le storie di Cristo e dei primi Santi: in questo veniva raffigurata Pesca Miracolosa o Conversione di San Pietro, un episodio riportato nel Vangelo di Luca. Commissionati da Leone X nel 1514, i cartoni vennero inviati a Bruxelles presso la manifattura del celebre arazziere Van Aelst e furono esposti nella Cappella Sistina il giorno di Santo Stefano del 1519. Attualmente i cartoni sono esposti al Victoria and Albert Museum di Londra, mentre gli arazzi fanno parte della Pinacoteca vaticana. Qui occorre soffermarci solo sulle

tra magnifiche gru raffigurate in primo piano, che fanno da pendant al vasto e luminoso paesaggio dello sfondo. Le gru, rappresentate nella classica postura della “danza” rituale, che è un elemento costante dei loro gruppi, come riconoscimento, saluto e richiamo sessuale, sembrano introdurre gioiosamente la scena centrale, pregna di drammaticità, in cui Cristo impone a Pietro il compito di guidare l’umanità nel Cristianesimo, annunciandogli : «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».

E’ interessante fare qui due notazioni zoo-geografiche: la prima è che il Lago di Tiberiade, posto presso le alture del Golan nel Nord-Est di Israele, non è distante dalla piana di Hula, celebre zona di sosta delle gru in Palestina. La seconda notazione riguarda la splendida, realistica rappresentazione di questi uccelli, che suggeriscono un disegno dal vivo del grande Urbinate. Sappiamo che i Papi dell’epoca, da Giulio II a Leone X possedevano ricchi aviari con pappagalli ed altre specie esotiche ed è probabile che Raffaello, avendo accesso ai giardini del Vaticano, potesse osservare dal vivo questi maestosi volatili. Le gru erano già state molto rappresentate nella pittura nordica, (si veda il bellissimo dossale di San Lorenzo e San Giovanni Battista di Hans Memling del XV secolo), sia per la loro eleganza che per il significato simbolico di accortezza e prudenza che veniva loro attributo fin dalla antichità. Ma è suggestivo anche pensare che il grande pittore le avesse osservate in gioventù lungo i numerosi stagni della valle del Metauro non distanti dalla città natale di Urbino. Oggi sono rimasti gli stagni Sorbini e Urbani, che vengono regolarmente sorvolati da grandi gruppi di questi volatili in primavera, ma nel ‘500 le zone umide adatte alla sosta di questi uccelli erano sicuramente più numerose.

Approfondimenti

  1. AA.VV, Ornitologia Italiana- Vol.2, Tetraonidae-Scolopacidae, Alberto Perdisa Ed., 2004
  2. Publio Papinio Stazio, Tebaide, Oscar Mondadori Classici , Milano (2010)
  3. Gorni, G. (1994): “‘Gru’ di Dante. Lettura di Purgatorio XXVI”, in Rassegna Europea di Letteratura Italiana, 3, pp. 11-34
  4. Lopez Cortezo, C, (2005) Metapoetica della lussuria: le gru di Purgatorio XXVI, Tenzone vol. 6 p. 121-142

  5. Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Einaudi,( 1992)

  6. Raffaello, L’opera completa, Classici dell’Arte Rizzoli, Milano (1966)